Il divieto di licenziamento della lavoratrice madre, irrogato per una delle ipotesi previste dalla contrattazione collettiva, è reso inoperante ove ricorra la colpa grave della stessa.

Tale colpa, però, deve essere verificata e valutata in concreto dal Giudice, al fine di accertare se la condotta contestata sia, oltre che di gravità tale da giustificare la risoluzione del rapporto di lavoro, anche causa di esclusione del divieto di licenziamento posto a tutela costituzionale della maternità.

Nel caso in cui l’assenza della lavoratrice sia diretta conseguenza di un comportamento ingiusto dell’azienda, quale il trasferimento di posto di lavoro durante la gravidanza, il licenziamento successivamente perpetrato nei confronti della stessa deve considerarsi a tutti gli effetti illegittimo.

In tal senso si è pronunciata la Cassazione, in seguito al ricorso avanzato da una lavoratrice madre, la quale era stata trasferita a centinaia di Kilometri di distanza dalla propria residenza durante la gravidanza, con gravi ripercussioni sul piano psicologico, familiare ed organizzativo.

A causa delle numerose assenze effettuate sul nuovo posto di lavoro, superiore a sessanta giorni lavorativi consecutivi, la donna veniva licenziata per giusta causa, senza tener conto non solo della tutela costituzionale della maternità ex art. 37 della Costituzione, ma anche del provvedimento del Tribunale di Frosinone, con il quale la stessa aveva ottenuto, in altro giudizio, il diritto ad essere riammessa nell’ufficio precedentemente occupato.

Nonostante le pronunce contrarie dei Giudici dei gradi precedenti, la Suprema Corte dichiarò illegittimo il licenziamento per mancanza di colpa della lavoratrice, la quale si era giustamente rifiutata di ottemperare, in applicazione del diritto di autotutela di cui all’art. 1460 c.c., un provvedimento come tale avvertito, in considerazione dello stato di gravidanza.

Fonte: Cass. civ., sez. lavoro, 26.01.2017, n. 2004

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